Local, di Alastair Humphreys (2024)

Il primo libro dell’anno è una lettura veloce e ricca di suggestioni. In Local, l’avventuriero Alastair Humphreys si impegna ad esplorare tutti i settori della mappa al centro della quale si trova la sua casa. In auto, a piedi, in bicicletta, armato di macchina fotografica e del desiderio di scoprire il mondo naturale nascosto dietro le quinte della nostra vita di tutti i giorni.

Scritto in tono colloquiale e amichevole, il volume è una miniera di idee e ispirazioni, di spunti per uscire e fare altrettanto – un effetto comune coi libri di Humphreys (e io sto apspettando la bella stagione per mettere alla prova me stesso e queste idee).
Esplorando i dintorni di casa, Humphreys incontra persone e animali, cita libri che ha letto, riflette su tutta una serie di problemi pressanti – la crisi climatica, i diritti degli escursionisti, la lenta chiusura dei pub, la crescente distanza fra gli abitanti delle città e la natura che li circonda.
Offre dati, cita fonti, e riflette su ciò che incontra, senza mai salire in cattedra.

L’equivalente di una chiacchierata amichevole con una persona che ama l’avventura e la riesce a trovare anche dietro casa, il testo è forse un poì troppo anglocentrico per i lettori italiani – ma anche questa è un’occasione per prendere appunti e adattare le idee e i principi offerti alla nostra realtà.

Vivamente consigliato, specie a chi è in cerca di un’idea per il tempo libero nei prossimi mesi.

Conan the Barbarian: The Official Story of the Film, di John Walsh (2022)

Arrivato leggermente danneggiato grazie all’impegno di un corriere avventuroso, Conan the barbarian, di John Walsh è un grosso volume dedicato al film di John Milius in occasione del suo quarantennale.

Il testo è accompagnato da una quantità di illustrazioni: foto di scena, disegni preparatori e bozzetti per costumi e scenografie, storyboard, persino alcuni bozzetti per la sceneggiature originale di Oliver Stone.

Le 175 pagine coprono tutta la storia del film, dalla genesi di Conan – con profili su Howard e sulle edizioni successive, incluse alcune riproduzioni in alta qualità della copertina di Frazetta – alle schede relative a tutti i membri del cast, la storia produttiva, musiche ed effetti speciali, e i progetti successivi mai realizzati.

Divertente, bellissimo a vedersi, è il libro ideale per il fan dell’eroe di Howard o del film di Milius.

E questo post include un link commerciale ad Amazon, che garantisce che, qualora voi acquistiate il libro, l’oscuro signore Jeph B’ezos mi ricompensi con tesori al di là dell’umana innaginazione.

The sex lives of cannibals, di J. Maarten Troost (2004)

A metà anni ’90, il ventisienne americano (di origine Ceco/Olandese) J. Maarten Troost, fresco di laurea e con poche e deludenti esoìperienze di lavoro alle spalle, si imbarca con la giovane moglie Sylvia per due anni di vita a Tarawa, une delle 34 isole che formano l’arcipelago di Kiribati, nel Pacifico Equatoriale. A Tarawa, Sylvia ha un incarico con una OGN, mentra Maarten farà il casalingo, ed avrà il tempo per scrivara il proprio romanzo.
O così crede.


The sex lives of cannibals
è la storia vera – in equilibrio precario fra la commedia e il dramma – delle shock culturale che deriva dall’incontro tra la cultura occidentale ed una cultura aliena,
Kiribati, ex-colonia britannica, è uno dei luoghi più remoti e desolati del pianeta; l’idustria dei fosfati se ne è andata ner 1979, il turismo non é mai decollato. Restano solo poche decine di occidentali, operatori sociali o sbadati, e gli atolli, abitati da una popolazione sulla quale tutte le fasi del colonialismo sono pasate lasciando dei residui tossici.

Fra missinari Mormoni e Baha’i (che possono fare proselitismo solo se invitati a farlo), cani randagi e ferali, la siccità e le intossicazioni alimentari, i naufragi e i disastri aerei, la improvvisa carestia di birra e gli scontri politici a base di danze tradizionali, The sex lives of cannibals rischi di far ridere, e molto. Gli occidentali fanno certamente una figura barbina – dall’autore, perseguitato da diecimila catastrofe, al “Poeta Laureato di Kiribati” (un giovane sfaccendato e perenenmente in stato di ebbrezza) a Mike il surfista, ipercritico e socialmente inetto – ma anche i nativi, con le loro tradiziani e la loro cultura più volte colonizzat, non ne escono bene.

Una lettura affascinante (ammesso che questo sia il termane adatto), e che ci permette di eliminere dalla mappa una possibile destinazione per le ferie, senza rimpianti.

E in fondo il bello dei libri di viaggio è questo: ci permettono di visitare posti orribili dalla comodità di casa nostra. Ragion per cui, ho inserito un link ad Amazon (il resto lo sapete).

Tibetan Peach Pie, di Tom Robbins (2017)

Tom Robbins è uno dei narratori più sorprendenti del ventesimo secolo, Purtroppo, il grosso del pubblico lo conosce solo per il (molto mediocre) adattamento di Even Cowgirls Get the Blues, un film con Uma Thurman. Un critico disse a suo tempo che non c’era abbastaza peyote in tutto il sudovest americano per rendere giustizia al testo. Aveva ragione.

Ormai ottantenne, Rbobins ha prodotto una biografia – e come ogni suo altro libro, sfida le definizioni a mette in difficoltà il recensore; perché in effetti, e nonostante l’autore giuri e spergiuri che è tutto vero, è anche palese che non lo è.
Tibetan Peach Pie è quindi una autibiografia scritta da un narratore inaffidabile, e il lettore deve accettarla per ciò che è.

Tra disavventure nall’America rurale, alti e bassi sentimentali, esperienze psichedeliche, eìanimali africani imbizzarriti, varie forme di divinità reali o immaginarie e momenti al fianco di personaggi forse più famosi di lui, questo è anche un libro sulla scrittura, sul mestiere di giornalista, critico e romanziere, sul mantenere i piedi per terra e la tasta per aria.

O viceversa.

È grande, ma d’altra parte, lo ha scritto Tom Robbins.

Misteriosamente – o forse no – è più facile reperirlo in Italiano che in Inglese.

(e qui sopra trovate il link ad Amazon… il resto lo sapete già)

Magpie Lane, di Lucy Atkins (2020)

Forse è una storia di fantasmi, Magpie Lane.
O forse è solo un thriller psicologico o un “thriller domestico”, come lo classifica il catalogo di Amazon.
O forse è qualcosa di completamente diverso.

L’impianto di base è così classico da sembrare noioso – una famiglia si trasferisce in una nuova, vecchia casa: padre, madre in stato interessante, figlioletta di primo letto del padre, con problemi irrisolti nei confronti della famiglia.
La vecchia casa forse è infestata, forse è invece la ragazzina – unica a vedere gli spettri – che soffre di prtoblemi psicologici. Poi un giorno la ragazzina scompare.

Lucy Atkins complica quiesto modello di racconto mostrandoci gli eventi in flashback, attraverso gli occhi di Dee, bambinaia ingaggiata dalla famiglia per accudire la piccola Felicity. Dee viene interrogata dalla polizia, che la sospetta di essere in qualche modo implicata nella scomparsa della bambina.
Dee è una persona sola, con un passato traumatico. È una narratrice inaffidabile.

È un buon romanzo, Magpie Lane, che sfrutta molto bene l’ambientazione di Oxford, e strada facendo giustizia sommariamente la comunità accademica dell’antica università inglese, composta in parti uguali da vecchi tromboni incartapecoriti e giovani rampanti e con l’empatia e l’umanità di un sasso.
È difficile non provare simpatia per Dee e per Felicity, alle prese con fenomeni che forse non sono naturali, e circondate da persone che non dedicano loro una seconda occhiata – a cominciare dai genitori di Felicity, egocentrici al limite del narcisismo, troppo impegnati a curare la propria vita sociale e la propria immagine accademica per curarsi degli incubi notturni e delle crisi di panico di una bambina di otto anni. Due personaggi assolutamente terribili, e descritti meravigliosamente.

I lettori abituali di storie di spettri e di polizieschi – perché a seconda di come lo girate, questo romano è uno o l’altro, o entrambe le cose – probabilmente vedranno arrivare la soluzione a due terzi della corsa. Ma anche anticipando colpi di scena e sorprese, Magpie Lane resta una lettura interessante, e persino l’ambizione di essere “vera letteratura” e non solo volgare intrattenimento non risulta invasiva o irritante.
Non esattamente un libro da spiaggia, forse, ma un buon romanzo.

E il post include un link commerciale per l’acquisto del libro, un fatto questo del quale vi devo informare, o qualcuno potrebbe segnalare questo blog e farlo chiudere.

The woman in the coffin, di Nathan Long (2021)

In una Londra vittoriana parallela, una serie di misteriosi omicidi turba l’opinione pubblica, mentre lo spettacolo dell’italiano Dottor Malignita e della sua assistente Aurora affascina gli spettatori. Nellie O’Day, artista di cabaret specializzata nell’impersonare ruoli maschili, è convinta che esista un legame fra Malignita e gli omicidi, e crede che Aurora sia in qualche modo lei stessa vittima del sinistro mentalista.

The woman in the coffin è una novella, scritta da Nathan Long e ambientata nello stesso universo di una popolare serie di romanzi (più o meno) steampunk, è un “occult mystery”, a metà strada fra Sherlock Holmes (o forse Sexton Blake) e i vecchi film della Hammer.
La trama è lineare, la prosa agile come sempre, e il volume si legge in una sera – e lascia con la voglia di leggere altre storie come questa.
Nel finale, Long suggerisce l’ipotesi di uscite future, firmate da lui o da Elizabeth Watasin, l’autrice che ha creato l’universo in cui si svolge l’azione.

Una lettura leggera e divertente, con per lo meno un grande personaggio memorabile – e che meriterebbe davvero la propria serie – ed una miscela equilibrata di investigazione, azione ed orrore. Per il costo di 1 euro e 65 in ebook (non esiste edizione cartacea), non possiamo chiedere di più.

(e c’è un link commerciale, qualora voleste spendere 1.65 euro – nel qual caso io riceverò una minima percentuale)

The Climate Book, curato da Greta Thunberg (2022)

Mi sono trovato a domandarmi, leggendo questo massiccio volume di oltre quattrocento pagine pubblicato in Italia da Mondadori, se sia stata fatta una analisi costi-benefici, al momento della pubblicazione, riguardo al mettere in copertina il nome della curatrice, e non semplicemente “Autori Vari”.

Per motivi di una stupidità abissale, Greta Thunberg gode di una pessima stampa presso una fetta del pubblico, e mettere il suo nome in copertina significa giocarsi una parte consistente di lettori – proprio nella fascia alla quale la lettura gioverebbe di più.
O forse no, perché è molto difficile far cambiare idea a chi ha paura di cambiarla.

Ed è un peccato, perché The Climate Book è un ottimo testo, che riunisce una quantità di contributi di ricercatori ed accademici, e fornisce una summa dello stato attuale delle conoscenze riguardo alla crisi climatica in atto.
Ci sono certamente testi migliori sui singoli aspetti del fenomeno, ma non esiste al momento un testo altrettanto buono che copra tutte le basi – la scienza, i dati, i termini tecnici, l’impatto dei fenomeni sulla vita quotidiana, lo stato degli interventi per mitigare gli effetti più catastrofici.
Il tutto scritto in termini molto chiari e diretti, e presentato in capitoli di non più di tre pagine, corredati da numerosi grafici e immagini.

Il volume fa un ottimo lavoro nel presentare in maniera semplice ma non semplicistica il mosaico di cause ed effetti attualmente all’opera – ed è solo acquisendo una visione globale del problema diventa possibile avere un’idea chiara di come sì, ci sia un problema, e sia necessario darsi da fare per risolverlo.

Per coloro che avesero dei dubbi, il testo non perde tempo a farci la predica, e si focalizza sui fatti e sullo stato attuale delle conoscenze.
Vista la rapidità con cui le condizioni stanno cambiando – a fronte del fatto che i nostri amministratori sembrano più interessati a regolamentare i genitali della popolazione che non a garantirne la sopravvivenza a lungo termine – è molto probabile che in capo a cinque anni tutto ciò che c’è qui dentro sia superato.
E forse a quel punto non avremo neanche più il tempo per leggerlo, un libro come questo.

Ma forse, se abbastanza persone lo leggeranno e cominceranno a fgarsi delle domande, avremo una possibilità.

E il post contiene un link ad Amazon, che porterà qualche centesimo nelle mie casse, qualora decideste di acquistare il libro (consiglio il rilegato rigido – per le illustrazioni, eperché l’ebook ha un prezzo ridicolo).

Bloodforged, di Nathan Long (2011)

La seconda uscita di Ulrika la Vampira soffre forse della sindrome del secondo capitolo di ogni trilogia – la necessità di fare da ponte fra l’inizio della serie e la sua conclusione rischia di rendere la trama sfilacciata. In Bloodforged, Nathan Long tiene sotto controllo il rischio mettendo in piedi una trama che fila come un diretto, e che se si risolve in un cliffhanger, è ancora abbastanza tesa da non perdersi il lettore per strada.

In Bloodforged, l’azione si sposta da Nuln, la capitale imperiale nel mondo di Warhammer Fantasy che ha fatto da sfondo per il primo volume, a Praag, una città del nord appena uscita da un lungo assedio, e un luogo della memoria per la protagonista. Il setting aggiunge un sapore vagamente russo alla storia, garantendo una certa varietà. Anche in questo caso, la trama è avventurosa e mescola elementi di intrigo spionistico a situazioni che funzionerebbero benissimo in un vecchio film Hammer.

Lasciate Gabriella e le altre vampire a Nuln, Ulrika deve cavarsela da sola, e Long fa un ottimo lavoro nel presentare un personaggio nel quale gli istinti troppo spesso prendono il sopravvento sulla ragione, e che in assenza di una qualche struttura rischia di fare più danni di quanto non sarebbe consigliabile.
Fra culti innominabili, vampiri paranoici e una minaccia sovrannaturale che rischia di ingoiare l’intera città, gli eventi si susseguono con rapidità, in scenari spesso bizzarri ed inquietanti.

Il finale, annoda i fili dell’avventura precedente, e prepara la conflagrazione finale dell’ultimo volume della serie.
A differenza della Genevieve di Kim Newman, la Ulrika di Nathan Long è meno intelligente (un effetto dell’essere una vampira giovane, a differenza di Genevieve) e meno elegante, e talvolta la sua ingenuità può risultare irritante.
Ma come il precedente Bloodborn, Bloodforged è un colorato baraccone pieno di combattimenti e di mostri, e noi siamo qui per quello.

E come al solito ci sono dei link commerciali in questo post, e in caso di acquisto Amazon mi verserà una minuscolapercentuale. Le regole dicono che vi devo informare.

Costruisci la tua storia una parola alla volta, di Joanne Harris (2022)

Joanne Harris ha venduto milioni di copie del suo romanzo Chocolat, e ha una lunga e solida carriera come narratrice in svariati generi. E quando si è autori di bestseller, prima o poi un manuale di scrittura ci scappa.

Costruisci la tua storia una parola alla volta, che ha per sottotitolo “Dieci consigli di scrittura” nasce da una serie di tweet che l’autrice ha condiviso, su diversi aspetti del lavoro di scrittura.
È perciò un volume estremamente conciso – ma quello non è necessariamente un difetto.
Gli argomenti trattati – in dieci capitoli ciascuno dei quali raccoglie dieci punti – vanno dalle basi assolute (come inizare a scrivere) a cose decisamente più interessanti anche per chi non è proprio alleprime armi (come gli espedienti per mettersi nella disposizione mentale per scrivere). Non manca uno sguardo al mondo dell’editoria.

Il manuale è molto leggero sulle “regole” – e anche questo non è necessariamente un difetto: evitando un atteggiamento dogmatico, la Harris lascia più spazio alla creatività del lettore.

In linea di massima, non esiste un manuale di scrittura che non contenga qualche buono spunto, e Costruisci la tua storia una parola alla volta pur restando un testo semplice, riesce ad avere qualcosa per tutti.
Non è il miglior manuale di scrittura in circolazione (il manuale di Gareth Powell recensito poco tempo addietro è oggettivamente meglio, ma non esiste in edizione italiana) ma potrebbe nascondere fra le sue pagine la soluzione ad un problema che non sapevamo di avere.

Il difetto principale è forse il costo dell’edizione italiana, edita da Garzanti – 19 euro per il rilegato rigido e quasi 11 per l’ebook – ma l’edizione in inglese è decisamente più abbordabile.

In entrambi i casi – in originale o tradotto – qui sopra ci sono i link as Amazon, e devo informarvi, come al solito, che in caso di acquisto Jeff Bezos in persona mi consegnerà qualche centesimo di ricompensa. Siete stati avvisati.

The Sindbad Voyage, di Tim Severin (2013)

Scomparso nel 2020, l’irlandese Tim Severin è stato per gran parte della sua esistenza un avventuriero, specializzato nel ricreare antiche imbarcazioni e provare di prima mano a ripercorrere le rotte di navigatori famosi – San Brendano, Ulisse e, nel 1982, Sindbad, l’eroe dei primi racconti delle Millee Una Notte pubblicati in Europa.

The Sindbad Voyage è perciò un libro in cui convergono due dei miei interessi extracurricolari – da una parte le Mille e Una Notte, libro per cui ho sviluppato nel corso degli anni una piccola ossessione, e dall’altra la narrativa di viaggio e d’avventura.

Sponsorizzato dal governo saudita, nel 1982 Severin affronta un viaggio dall’Oman alla Cina, su una imbarcazione costruita secondo gli antichi criteri della marineria araba – un dhow di media stazza, costruita con legname importato dall’India e senza l’utilizzo di chiodi (perché nei tempi antichi i navigatori arabi temevano che la presenza di un potente magnete sul fondo dell’ocean avrebbe portato alla distruzione di una nave con componenti metallici).

Navigando con strumenti medievali, Severin ed il suo equipaggio (composto di marinai e pescatori arabi, e di fotografi e documentaristi occidentali) usa il racconto delle Mille e Una Notte come filo condutotre, appoggiandosi a mappe recuperate in biblioteche storiche e un sacco di immaginazione.

Il libro forse si dilunga un po’ troppo sul lungo processo di costruzione del vascello, che Severin, con spirito da archeologo sperimentale, descrive nel minimo dettaglio, ma una volta preso il mare, gli eventi prendono un certo ritmo, ed è un gran divertimento.

The Sindbad Voyage comprende una buona selezione di fotografie (venne anche girato un documentario, all’epoca) e parte del testo venne pubblicato nell’82/83 sul National Geographic – e fu proprio nelle vecchie copie del Geographic, recuperate nella biblioteca del mio liceo per fare esercizio d’inglese, che incontrai per la prima volta questo autore.

Probabilmente un interesse di nicchia, ma per chi è interessato alla storia, all’avventura, alle storie di mare o alle Mille e Una Notte è certamente un titolo indispensabile.

Il link qui sopra vi porta alla pagina di Amazon dove trovate la versioen in ebook del libro di Severin, anche se l’edizione cartacea è certamente meglio, per poter apprezzare le tavole illustrate. Nuovo è inavvicinabile, ma è possibile acquistare il volume usato a un prezzo assolutamente ragionevole.
Come al solito, l’acquisto porta qualche ventesimo nelle mie casse, e le regole dicono che vi devo informare. Vi ho informati.