Le Vie della Seta, di Peter Frankopan & Neil Packer, 2021

Questo è il regalo di Natale (o della Befana) ideale per un ragazzo o una ragazza tra la fine delle elementari e l’inizio delle medie, che abbia una curiosità per la storia, per l’avventura, o per i libri illustrati.

E per correttezza, questa recensione è basata sul volume originale in inglese, uscito un paio di anni or sono, e del quale questa edizione italiana è la traduzione.

L’edizione illustrata de Le Vie della Seta, appena uscita per i tipi della Mondadori, è una riduzione del volume di Peter Frankopan dallo stesso titolo, un adattamento delle oltre seicento pagine dell’eccellente saggio originale per un pubblico più giovane.

Il libro (un bel rilegato rigido di grandi dimensioni), il cui sottotitolo è Una nuova storia del mondo, usa le Vie della Seta storiche per analizzare i cambiamenti nel corso della storia della nostra civiltà, dalla diffusione delle epidemie alla diffusione delle religioni e filosofie, allo scambio di merci ed idee.
È splendidamente illustrato da Neil Packer, con mappe e tavole a tutta pagina, e per questo è un’eccellente strenna natalizia – e chissà, potrebbe stimolare in un adolescente il desiderio di saperne di più, e la consapevolezza che esistiamo in un mondo interconnesso del quale tutti siamo partecipi.

(e come al solito ci sono dei link commerciali in questo post … sapete come succede)

Future Rising, di Andrew Maynard (2020)

Parlavo qualche giorno addietro con un amico, di come negli ultimi venti o trent’anni il futuro sia in qualche modo passato di moda – a meno che non si tratti di un futuro che è assolutamente identico al presente, o meglio ancora simile al passato. L’unico aspetto del progresso che ci è stato permesso considerare è il progresso che rende necessario cambiare il cellulare, o aggiornare la scheda grafica del PC.

Future Rising, di Andrew Maynard, ha per sottotitolo A Journey from the Past to the Edge of Tomorrow, ed è strutturato come una cronologia, e come un vocabolario. Pagina dopo pagina l’autore prende rapidamente in esame concetti essenziali per chiarire il nostro rapporto con il futuro – come specie, e come civiltà. Si comincia dalle basi – il tempo, la luce, l’energia – per passare ai principi che portano al funzionamento del nostro cervello – la memoria, l’immaginazione, la creatività – per proseguire avanti fino a quello che viene definito “l’orlo del domani” – popolato di limiti e di cataclismi.

Il volume è costellato di fatti che potrebbe piacerci approfondire con un giro su Wikipedia, ma non è tanto un testo di divulgazione quanto un promemoria di ciò che siamo, intellettualmente, come individui e come civiltà. I singoli capitoli sono il genere di cose che – se solo le tenessimo a mente – ci eviterebbero di essere circondati di complottisti e terrapiattisti, e forse ci aiuterebbero ap rendere delle decisioni cruciali in un momento di crisi come quello che stiamo vivendo.

Un ottimo volume, che si legge in un weekend e che può essere utile tornare a consultare di tanto in tanto.

E come sempre c’è un link commercial ein questo post, e se acquisterete il libro attraverso di esso questo blog riceverà una piccola percentuale.

Margaret the First, Danielle Dutton (2016)

Margaret Cavendish, Duchessa di Newcastle-upon-Tyne, fu la prima in un sacco dic ose – la prima donna a tenere una conferenza alla Royal Society, la prima donna in Inghilterra a vivere della propria scrittura, l’autrice di quello che secondo molti è il primo romanzo di fantascienza della storia.

Margaret the First è un romanzo storico, la biografia romanzata di Meg la Pazza, come la chiamavano i suoi concittadini. Sposata con un uomo di trent’anni più vecchio di lei che appoggiò sempre i suoi progetti, vissuta per sedici anni in esilio ad Antwerp dopo che Cromwell aveva preso il potere, autrice di saggi filosofici e opere teatrali, poesie e romanzi, biografie e articoli, Margaret Cavendish viene raccontata nel breve romanzo della Dutton (pocopiù che 160 pagine) con uno stile frammentario e disordinato che replica con estrema fedeltà lo stile di scrittura della protagonista – che all’uscita del suo primo libro venne derisa per la sua sintassi bislacca e per il suo approccio creativo alla grammatica.

In parte narrato in forma di diario, in parte come cronaca, il libro della Dutton è un ritratto molto affettuoso di una donna di almeno tre secoli in anticipo rispetto ai tempi. E davvero, è quasi impossibile non voler bene a Margaret Cavendish, la donna che ipotizzò che la luna fosse fatta d’acqua, e ciò che noi vediamo sulla superficie solo il riflesso di mari e montagne della Terra. La donna che postulò che anche gli oggetti inanimati posseggano una intelligenza – in modo da poter sostenere l’ipotesi che anche le donne potessero essere intelligenti. La donna che inventò, fra le altre cose, il concetto di multiverso, e l’idea che interi universi si possano annidare nell’infinitamente piccolo degli atomi che compongono la materia.

Strano, diverso, spesso scritto con una struttura quasi poetica, a volte invece più simile a una collezione di ritagli, Margaret the First è un eccellente romanzo su una donna infinitamente affascinante.

E questo post contiene un link per l’acquisto del libro, per cui sapete cosa aspettarvi. Tra l’altro, è uno di quei casi in cui la differenza di appena 50 centesimi nel prezzo rende più conveniente acquistare il cartaceo – non fosse altro che per la copertina.

Writing the Uncanny, Coxon & Hirst (2021)

Il volume curato da Dan Coxon & Richard V. Hirst si presenta come un manuale di scrittura, ma non contiene istruzioni, regole o accorgimenti che un autore possa utilizzare per il proprio lavoro. Si tratta invece di una collezione di articoli di autori contemporanei, tutti più o meno associati a quel genere letterario che occupa lo spazio fra il fantastico ed il weird.

Prendendo le mosse dal lavoro di Sigmund Freud “Das Unheimichle” del 1919, che crea la definizione di “Uncanny” e passando per l’opera di Shirley Jackson e di Robert Aickman, che danno forma ad un catalogo di esempi di questo sottogenere, gli autori coinvolti in Writing the Uncanny cartografano le acque incerte di un genere che è a tal punto indefinito da non avere una collocazione precisa – horror, fantasy, storia di spettri, narrativa surreale…
I diversi aspetti del genere vengono ampiamente discussi, con un taglio fortemente personale – al punto che ciascun articolo è quasi un breve saggio sul rapporto che lega l’autore o l’autrice al genere.

Si può certamente imparare molto leggendo queste pagine, come si impara sempre nell’ascoltare i colleghi che discutono del porprio lavoro, ma un autore in cerca di un manuale potrebbe sentirsi deluso o tradito.

Per me rimane una lettura affascinante e divertente – e chissà, forse un giorno utile – ma non si tratta necessariamente di un libro per tutti.

E come sempre c’è un link commerciale in questo post. Sapete come vanno queste cose.

The Etched City, K.J. Bishop (2003)

L’unico romanzo pubblicato finora dalla australiana Kirsten J. Bishop è stato candidato al World Fantasy Award, all’Aurealis Award, ed è arrivato al terzo posto nella lista dei migliori romanzi del 2003 della rivista Locus. Quelli fighi dicono che è New Weird, e lo paragonano al lavoro di China Mieville, ma noi vecchi pensiamo piuttosto alle storie di Viriconium di M. John Harrison, e lo definiamo semplicemente fantasy.

The Etched City è uno di quei romanzi fantasy che ti obbligano a ricordare perché leggi fantasy – non per infinite ricotture di elfi e orchi, ma per poter godere di un linguaggio meraviglioso al servizio di una immaginazione senza limiti.

È possibile che molti, nel leggere questa storia di rivoluzioni fallite, di crisi morali e ambientali, di tradimenti e di intrighi, fatichino a riconoscerlo come fantasy. Ci sono le armi da fuoco. Non c’è unamappa. L’ambientazione è vagamente ottocentesca, il tono, almeno inizialmente, ricorda un western di Sergio Leone.
E forse sì, potrebbe essere (anche) una versione fantasy di Giù la testa.

La Bishop è una autrice che ha pubblicato relativamente poco, e limitandosi quasi esclusivamente alla forma breve – i suoi racconti sono raccolti in un volume dal titolo That Book Your Mad Ancestor Wrote, uscito solo in ebook nel 2012.
Per una volta alla scarsa quantità corrisponde una qualità altissima.

E come spesso succede, questo post contiene link commerciali e Amazon mi verserà una piccola percentuale in caso di acquisto.

How to live on Mars, Robert Zubrin (2008)

Robert Zubrin, classe 1952, è un ingegnere aerospaziale che da qualcosa come trent’anni promuove l’idea della colonizzazione di marte. Il suo libro The Case for Mars, uscito nel 1996, è certamente uno dei migliori testi sulla colonizzazione del pianeta rosso mai scritti. Il successivo Entering Space, del ’98, è altrettanto buono. Dopo anni di lavoro con la Lockeed Martin e nel settore aerospaziale – sviluppando tra l’altro il progetto Mars Direct – Zubrin fondò nel 1998 la Mars Society, per promuovere i progetti di esplorazione e colonizzazione umana di Marte.

Considerata la qualità e la longevità dei volumi precedenti, è con un certo interesse che ho messo le mani su How to live on Mars, sottotitolato A Trusty Guidebook to Surviving and Thriving on the Red Planet, ed uscito nel 2008.
Non è stata una lettura facile.

Da sempre su posizioni più o meno libertarie, Zubrin ha sviluppato negli anni una evidente animosità nei confronti di NASA ed ESA, e di tutti i progetti pubblici di esplorazione spaziale – forse perché i suoi progetti non sono andati da nessuna parte. Il volume del 2008 è perciò farcito di continue divagazioni sulla stupidità dei progetti dei governi americani ed europei, sullo spreco di risorse e sull’arretratezza delle tecnologie sviluppate dalla NASA e dall’ESA.
Se siamo qui per leggere di Marte e della colonizzazione del pianeta, poco ci importa di un continuo martellamento su quanto sia preferibile ed efficiente l’iniziativa privata. E l’idea del prendere scorciatoie, infischiarsene delle regolamentazioni e degli accordi al fine di “afferrare il futuro” suonano vagamente sinistri allo stato attuale.

Ma ancora più irritante dell’impianto ideologico di Zubrin, è la scelta del linguaggio, a rendere faticosa la lettura. Rubando l’idea a Gerard K. O’Neill, che scrisse una docufiction per presentare le proprie idee sulla colonizzazione spaziale (in 2081: A Hopeful View of the Human Future, del 1981), Zubrin ci presenta il suo manuale sulla colonizzazione marziana come un documento ad uso dei coloni appena sbarcati sul pianeta rosso, o per le persone che stessero pensando di emigrare.
Una scelta curiosa, considerando le frecciate che Zubrin riserva a O’Neill, già fisico e consulente NASA, liquidato come “autore fantasy”. Ed una scelta nefasta nella decisione di utilizzare un tono arrogante e ironico – l’ipotetico autore del pamphlet diretto ai coloni è uno che la sa lunga, che ha visto il mondo e che dice le cose come stanno, con una supponenza assolutamente irritante ed un cinismo a tratti insopportabile.
È come essere obbligati ad ascoltare un personaggio di Robert A. Heinlein che ci spiega perché non abbiamo capito nulla della vita, per pagine e pagine e pagine.

Ancora una volta, noi siamo qui per saperne di più sulla possibilità di colonizzare Marte – e le informazioni ci sono, concise e interessanti. Ma sono seppellite sotto pagine e pagine di pessima prosa, e avvelenate dall’ipotesi, che si fa più prepotente mano a mano che si procede nelal lettura, che certe soluzioni o ipotesi vengano scartate semplicemente perché fanno parte dell'”ortodossia della NASA”, mentre altre vengono presentyate come eccezionali perché animate da un sano desiderio per il profitto.

Un vero peccato, perché l’argomento è interessante e – quando Zubrin si ricorda di svilupparlo – ben sviluppato.

The Tangleroot Palace, Marjorie Liu (2021)

Marjorie Liu, classe 1979, è una scrittrice e sceneggiatrice americana, con una lunga carriera alle spalle come autrice di fumetti (per casa Marvel, e su tie in di Star Wars) e di paranormal romance.
La sua serie Monstress ha vinto tre premi Hugo e la Liu è stata la prima donna a vincere l’Eisner Award in trent’anni.

The Tangleroot Palace è una collezione di racconti e novelle, e raccoglie il meglio della produzione fantasy dell’autrice.

Le storie sono molto buone, con trame ben costruite ed un lingiaggio estremamente elegante, che a tratti potrebbe ricordare los tile della compianta Tanith Lee. Ogni racconto è accompagnato da una postilla che offre informazioni sulle circostanze che ne hanno portato alla creazione.

Un ottimo esempio di cosa possa offrire il fantasy nel ventunesimo secolo, ed uno dei migliori libri letti quest’anno.

Come tanti altri su questo blog, questo post contiene link commerciali ad Amazon

Silence, Erling Kagge (2017)

Dopo aver finito Walking in un paio di giorni, ho fatto un giro nella bottega del signor Bezos, ed ho trovato una copia usata del volume precedente di Erling Kagge – Silence, in the age of noise, pubblicato nel 2017.
Qui da noi, il libro lo pubblica Einaudi, col titolo di Il silenzio, uno spazio dell’anima.
Non starò ad elaborare su questo vezzo di cambiare i sottotitoli dei libri di Kagge.
Il volume della Penguin ha lo stesso formato, la stessa impostazione dell’altro volume – questa volta la copertina è celeste pallido, con inserti in argento.
Trattandosi di un libro che ha una affinità con tradizioni come lo zen e la meditazione, è opportuno che io lo abbia acquistato di seconda mano – da quasi vent’anni acquisto i miei libri su zen e taoismo solo di seconda mano.
Perché sì.
E acquistare libri usati ha ancora un senso: la copia che mi è arrivata a casa è pressocché nuova, e mi è costata meno della metà dell’ebook in italiano.

Silence forma un interessante dittico con il successivo – ma che io ho letto prima – Walking.
Se Walking è un libro dedicato allo spazio, Silence è un libro dedicato al tempo.
I due lavorano insieme, per formulare una sorta di filosofia generale della percezione – procedere con lentezza e in silenzio è per Kagge il modo per riappropriarci delle nostre esperienze, e per ridare profondità alle nostre esistenze.

La questione del silenzio, di come si leghi alla nostra percezione del tempo, e di come il silenzio incida sulle nostre esistenze è sviluppata con semplici esempi e considerazioni che non sono mai banali.
In particolare, mi ha colpito il tredicesimo capitolo – che da una parte collega il grado di rumore nelle nostre vite al nostro livello socio-economico (i poveri vivono in ambienti più rumorosi), e dall’altra esamina il silenzio come antitesi della ricerca del lusso e, in parallelo, la ricerca della visibilità e dell’esposizione.
È un tema interessante per chi si trova a cercare di vivere comunicando con il pubblico – attraverso libri e articoli e post sui blog – ma al contempo non ha più l’età, o l’energia, o l’indole per inseguire la cresta dell’onda.

Un buon volume, con una buona selezione di immagini suggestive, una lettura rapida e intelligente, e forse, anche se solo per mezzo punto, meglio del volume letto in precedenza.

Walking, Erling Kagge (2018)

In italiano, Walking, one step at a time, del norvegese Erling Kagge, è stato pubblicato da Einaudi col titolo di Camminare, un gesto sovversivo – così potete leggerlo e sentirvi dei ribelli che lottano contro il sistema, mentre ve ne state comodamente seduti in poltrona.

È in fondo il rischio che si corre con questo libro – quello di leggerlo e pensare che basti quello.
Per essere dei sovversivi, se lo leggete in italiano e quella è la vostra inclinazione, per essere persone che vivono in maniera un po’ più organica il proprio tempo in tutti gli altri casi.
L’idea invece è che questo libro dovrebbe invogliarci a posare il libro medesimo, e andare a farci una passeggiata.
E in effetti ci riesce.
Sovversivi forse no, ma camminatori sì.

Erling Kagge, classe 1963, è un esploratore ed avventuriero, la prima persona ad aver raggiunto il Polo Nord, il Polo Sud e la vetta dell’Everest a piedi. Il suo volume – che nell’edizione inglese è bello compatto e piacevole al tatto, la copertina di carta ruvida e con inserti color rame – è una collezione di riflessioni sull’importanza di andare a piedi. Magari non per essere sovversivi (che resta un assunto abbastanza dubbio) o perché fa bene alla salute (un dato di fatto molto più facile da dimostrare), ma perché fa bene alla salute mentale. Andare a piedi, sostiene Kagge, modifica il nostro rapporto col tempo – che è una risorsa finita a nostra disposizione, e che sarebbe bello saper amministrare meglio.

Camminare, di Kagge non è un manuale, non è un libro di viaggi – anche se descrive alcune delle camminate dell’autore – non è un testo di self help. È un piccolo libro sulla filosofia personale di una persona che ha passato un sacco di tempo a macinare chilometri apiedi. È possibile – ed auspicabile – che alcuni elementi di questa filosofia entrino a far parte anche della nostra.

Non necessariamente per essere sovversivi, ma forse per vivere un po’ meglio.
Una buona lettura per un finesettimana estivo in cui fa troppo caldo per uscire a camminare.

E naturalmente questo post contiene un link commerciale ad Amazon – per l’edizione italiana, che costa due euro in più rispetto a quella inglese che ho comprato io. Qualora voleste acquistarlo, sono tenuto a informarvi che Amazon mi verserà una minuscola percentuale, senza peraltro maggiorare il prezzo che pagherete.

The Apparition Phase, Will Maclean (2021)

Comincia con un brutto scherzo: Tim e Abi Smith decidono di creare da zero l’apparizione di un fantasma nella loro soffitta, e di usarla per terrorizzare una compagna di scuola. Sono gli anni ’70, e c’è un sacco di sovrannaturale: nella TV dei ragazzi, al cinema, nei fumetti.
Cosa potrebbe mai andare storto?

Un sacco di cose, come scopriranno Tim e Abi.

Will Maclean è uno sceneggiatore televisivo specializzato in commedie, e The Apparition Phase è il suo primo romanzo – al contempo un omaggio vagamente nostalgico alla cultura ossessionata dal sovrannaturale di un’epoca ormai passata, ed una sorta di bignami di tutte le storie classiche sulle case infestate.

Quando Abi scompare senza lasciare traccia, Tim ha un collasso nervoso, e finisce in cura da uno psichiatra che ha alcuni ex compagni di università che stanno svolgendo una serie di esperimenti sul paranormale. C’è una casa infestata, zeppa di strumenti di registrazione e macchine fotografiche, ed un team di “soggetti sensibili” ai quali Tim si unisce nella speranza di scoprire cosa sia accaduto alla sua sorella gemella.
Cosa potrebbe mai andare storto?

The Apparition Phase è un perfetto romanzo di fantasmi per chi non legge abitualmente storie di spettri, e che resterà debitamente impressionato dal mix di colpi di scena e brividi che si succedono con rapidità crescente mano a mano che la storia si dipana.
Per chi invece legge abitualmente storie di spettri, la trama rischia di essere troppo derivativa e “telefonata” – sappiamo cosa sta per succedere, sappiamo perché, sappiamo da dove è presa quella scena, quel capitolo – da Hell House, da Whistle and I’ll Come to You, da Ghost Story
Per i lettori della vecchia guardia è probabilmente la prima parte, fino alla scomparsa di Abi, a risultare la più interessante, divertente ed originale.

Resta comunque un buon romanzo, ed un’ottima lettura estiva.

E come al solito c’è un link commerciali in questo post, e se acquisterete una copia del libro, lo spettro di Jeff Bezos si manifesterà nel mio solaio per versarmi una piccolapercentuale.